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Daniele Nardi

Conoscevo il Nanga-Parbat solamente per la sua controparte fittizia, il Nanda-Parbat. Un luogo di guarigione e illuminazione, staccato dal tempo reale e nascosto dagli occhi comuni, perso tra le cime del Tibet, creato dalla DC comics.

Per Daniele Nardi questa cima non è stata così diversa dalla sua controparte fittizia. Un sogno da coronare, un posto dove il tempo non esiste, un posto che ti vive dentro. È questo quello che si sente nelle interviste, quando ne parla. Con gli occhi lucidi, la voce concitata a raccontare i voli, le temperature, la preparazione.

Io non sono un alpinista, non mi sono mai avvicinato a questa pratica. Faccio trekking, ma non ho una tecnica, una disciplina, un codice.
Metto un piede davanti l’altro e mi spingo in alto quando la salita lo richiede.

Conosco la sensazione che si prova a spingersi al di la, per capire se si è più di carne, ossa, e atomi; proprio come disse Daniele nel suo discorso tenuto al Ted-ed di Trento.
Era questo che cercava di capire, era questo che nascondeva dentro di se. Mostrare che si è di più. Più di quanto pensiamo di essere, più di quello che ci dicono, più delle nostre paure.

Dolomiti sunset

È un messaggio che scavalca il Nanga-Parbat, scavalca qualsiasi montagna, supera ogni confine.
Un messaggio che a me è arrivato forte come un pugno.
Perché nei viaggi è una sensazione che cerco di raggiungere anche io, spingermi un po’ al di la. Al di la delle mie paure, al di la di quello che è considerato “normale”. Non è nemmeno adrenalina quello che si prova in quei momenti. Si sente un vuoto concavo dentro dove risuona solo il battito del cuore, come in una scatola di metallo. Sei concentrato su ogni dettaglio del mondo che ti circonda, su ogni piccolo atomo di fiocco di neve che cade.

E’ così che mi immagino Daniele durante le sue salite, con questa sensazione costante, con tutti i suoi sensi in piedi come soldati; da solo contro la vetta. Perché è questo l’alpinismo, salire senza bombole, senza particolari aiuti. Dipendere solo da se stessi.

Me lo immagino come gli antichi colonizzatori. Come chi vuole creare una via per i prossimi, qualcosa che aiuti gli altri. Lo immagino che cammina nell’ignoto, tra le bufere e il buio, tra speroni e vento. Ricolmo di paura ad ogni passo e di speranza nel prossimo, un’amalgama di colori. Di sensazioni più profonde dell’altezza di quella montagna che ha preso con se il suo spirito.

Daniele voleva portare un messaggio a tutti noi. Noi che siamo inerti, lobotomizzati, viziati, tranquilli nelle nostre case e convinti di stare bene.
Siamo più. Siamo più di carne e ossa. Siamo sogni da realizzare. Ci ha mostrato che c’è ancora chi combatte, ancora chi crede nell’impossibile. Che dipendiamo da noi, noi soltanto, e con le nostre mani possiamo fare qualsiasi cosa.

Io lo ringrazio, voglio dirgli che il suo messaggio mi è arrivato. Mi è arrivato per vie traverse, senza televisioni o giornali, è stato un bisbiglio che mi ha sconquassato. Voglio dirgli che sarà un esempio per me per tutta la vita.

Gli mando questa piccola lettera attraverso l’etere digitale. Magari gli arriverà, in qualche modo.