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Lago d’Arpy

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Dentro l’Autunno

Loro non lo sapevano. loro tre non sapevano quanto io ami buttarmi nelle condizioni avverse come fossero una cascata.

Partimmo per la Val d’Aosta con la sola voglia d’andare. Quella che non ti fa controllare le previsioni. Quella che ti fa guidare bene, centinaia di chilometri che si srotolano tra pneumatici e acciaio.

Nella Val d’Aosta tra picchi acerbi e vallate scoscese si nascondono centinaia di castelli gotico medievali.
Amo pensare che queste imponenti strutture servirono più a difendere le montagne che ad usarle per difendere noi stessi.

Alcuni di loro si plasmano nella e sulla roccia di costoni maestosi, come a dire di esserne una parte importante. Un occhio, un dito. E’ il caso del castello di Ussel dove la roccia penetra la pietra e il granito, l’abbraccia nelle sue spire, lo rende parte di se. E’ l’indubbia sensazione che si prova schiacciati tra la vallata e le mura perpendicolari, una vertigine confortante, il richiamo della montagna che risuona nelle mura.

Ci lasciammo il castello in profondità nella pelle arrossata dal freddo e dalla pioggia.
Attraverso le spire scure della strada si stendeva il velo verde scuro dell’autunno che lasciava i campi.

Salivamo, e salendo, ci avvicinammo alle nuvole. Non erano minacciose, erano quella classica massa indefinita che ispira solo dubbi e insicurezza.
Il gruppo vacillava, essere colti dalla pioggia, nel bel mezzo di una foresta non sarebbe stata una bella cosa. Eppure io ero già li, ero già in quella foresta che non avevo mai visto, ad osservare le punte degli abeti trafiggere il cielo incerto.

Ci fermammo ad Arpy il tempo giusto per scattare due foto alla bellissima vallata. Salimmo gli ultimi tornanti per arrivare al parcheggio.
Prendemmo gli zaini e ci calammo berrette e doppi guanti per il freddo.

Il percorso, che si incuneava nella foresta, di per se doveva durare un’oretta e sembrava per lo più pianeggiante; ci mettemmo più di un’ora.

La foresta stava stringendo con i suoi aculei l’autunno, che sanguinava cercando di andarsene. L’arancione e il giallo erano così intensi da infastidire gli occhi, e una densa nebbiolina ci faceva strada lungo il percorso.

Arrivammo al lago senza accorgercene. Era un occhio sotto la montagna. In mezzo all’arancione specchiavano le nuvole.
Intanto il tramonto spezzava l’incertezza delle nuvole e il freddo saliva.

Noi restavamo li, immobili, con il blu che ci divorava lentamente. Ce ne andammo con il freddo alle costole, con i colori che si appiattivano e svanivano.
Forti e accesi nei nostri ricordi.

76 foto prodotte
788 chilometri percorsi
7

Comments:

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    Aprile 1, 2020

    Previsioni meteo contro
    Guida sul fango da tachicardia
    Mood di quelli che fanno accapponare la pelle
    Il buio della discesa
    Che spettacolo il “dietro le quinte”
    È stato un piacere k!

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